Perché alcuni paesi – e non altri – diventano hub del narcotraffico?

“Why some and not others? Challenging traditional narratives in understanding drug trafficking flows and transhipment countries”
“Il narcotraffico viene comunemente rappresentato come una semplice catena di approvvigionamento. La cocaina viene prodotta principalmente nelle Ande, l’eroina in Asia centrale e sudorientale, mentre i principali mercati di consumo si trovano nelle economie più ricche, come Europa, Nord America e Australia. Ma le rotte tra queste regioni sono tutt’altro che casuali. Alcuni paesi diventano nodi di transito fondamentali, mentre altri vengono bypassati. La mia ricerca di dottorato ha preso le mosse da una domanda semplice, eppure poco studiata: perché alcuni paesi sono coinvolti nelle rotte del narcotraffico e altri no?
La maggior parte degli studi esistenti si concentra su dove si muovono le droghe, mappando rotte e sequestri. Meno attenzione è stata dedicata a comprendere perché quelle rotte esistano. La spiegazione dominante in letteratura riguarda i rischi: si assume che i trafficanti evitino i contesti in cui le forze dell’ordine sono più efficaci e i controlli di frontiera più stringenti. In teoria, le droghe dovrebbero quindi transitare soprattutto attraverso Stati deboli o falliti, dove la capacità di controllo è limitata.
Tuttavia, osservando le rotte di traffico effettive, questa spiegazione non regge pienamente al confronto con i dati. I principali hub del traffico si trovano spesso in paesi con istituzioni solide (come Paesi Bassi, Spagna, Italia, Stati Uniti e Australia). La mia ricerca ha indagato le ragioni di questo fenomeno.
Per analizzare il fenomeno ho impiegato tecniche di social network analysis, un approccio che studia le relazioni tra attori di una rete. In questo caso, gli attori erano i paesi, mentre le relazioni erano i flussi di traffico di droga. Ho quindi ricostruito le reti globali del traffico di cocaina ed eroina per il periodo 2007–2015, combinando due fonti di dati internazionali per ricostruirne i movimenti transfrontalieri.
L’analisi ha preso in esame tre tipi di spiegazioni comunemente utilizzate in criminologia.
- Il rischio di intercettazione: se i trafficanti evitino i luoghi dove è più probabile essere arrestati.
- I legami sociali: migrazione, turismo e altri collegamenti che aiutano i trafficanti a movimentare merci attraverso reti fidate.
- Le condizioni istituzionali, come la solidità e la stabilità della governance di un paese.
I risultati sono stati sorprendenti. Le misure di rischio tradizionali, come l’attività delle forze dell’ordine o i sequestri, hanno giocato un ruolo più marginale di quanto generalmente si assuma. I flussi di traffico erano invece fortemente influenzati dai legami sociali tra paesi, dalla distanza geografica e dallo stato di diritto.
Ancora più significativo è stato il risultato relativo ai paesi di transito, Stati che si collocano al centro delle rotte. Lo studio ha rilevato che i paesi con istituzioni più solide avevano probabilità maggiori, e non minori, di diventare hub. Una governance debole era associata principalmente alla produzione e all’esportazione, mentre i paesi stabili e ben governati diventavano spesso nodi di transito o destinazioni finali.
Perché le organizzazioni criminali dovrebbero preferire Stati forti a quelli deboli? Una possibile spiegazione riguarda la stabilità. Gli Stati fragili possono presentare controlli meno efficaci, ma sono spesso caratterizzati da governance imprevedibile, violenza diffusa e istituzioni instabili. Dal punto di vista della criminalità organizzata, queste condizioni generano incertezza operativa. Gli Stati più solidi, invece, offrono infrastrutture affidabili, sistemi logistici efficienti e istituzioni più prevedibili. I rischi legati all’applicazione della legge possono essere compensati da profitti più elevati, mentre l’instabilità è molto più difficile da gestire.
In altre parole, i trafficanti potrebbero operare in modo simile agli investitori nei mercati finanziari. Valutano profitti attesi, rischi operativi e stabilità del mercato per decidere dove operare. I paesi con istituzioni stabili diventano nodi attrattivi nelle reti globali del traffico di cocaina ed eroina, anche in presenza di un’intensa attività di contrasto.
Un ulteriore risultato rilevante riguarda il ruolo dei paesi all’interno delle reti di traffico. Le categorie tradizionali — paese di origine, di transito e di destinazione — suggeriscono una filiera relativamente statica. In realtà, molti paesi svolgono più ruoli contemporaneamente, che possono cambiare nel tempo man mano che le rotte si adattano a nuove condizioni economiche, politiche e operative.
Nel complesso, la ricerca mette in discussione un presupposto ricorrente nel dibattito politico: che il rafforzamento delle istituzioni sia sufficiente a spostare altrove il traffico. I dati suggeriscono una realtà più complessa. Istituzioni stabili possono ridurre alcune forme di criminalità, ma allo stesso tempo creare contesti in cui le reti della criminalità organizzata riescono a operare con maggiore efficienza all’interno dei mercati globali.
Comprendere queste dinamiche è essenziale per chi elabora politiche di contrasto. Il traffico di droga non riguarda soltanto l’elusione delle forze dell’ordine, ma anche la capacità di muoversi all’interno dei sistemi globali di commercio, infrastrutture e relazioni sociali. Per affrontare efficacemente queste reti, è necessario considerare non solo il rischio legato all’applicazione della legge, ma anche le opportunità strutturali che rendono alcuni paesi particolarmente attrattivi”.


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